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DAL NOSTRO INVIATO
MOSCA - «Nonostante tutto, siamo riusciti a rimanere noi stessi, a non cambiare. Credetemi, non è una cosa da poco. Tenete duro, per noi e per il nostro Paese prima o poi arriveranno tempi migliori». Sul retro della busta c’è scritto il luogo da cui arriva la lettera. Colonia penale IK-17, Krasnoyarsk, Siberia. E poi il nome del mittente. Ivan Safronov. Trentaquattro anni, ex giornalista economico di Kommersant e Vedomosti , addirittura ex consigliere dell’allora capo dell’agenzia spaziale Roscosmos Dmitry Rogozin, arrestato quello stesso anno per avere passato informazioni alla Nato, accusa da lui sempre negata. Alla fine del 2022 è stato condannato a 22 anni di carcere, sui quali potrebbero avere influito i suoi appelli contro l’Operazione militare speciale. «Sono sicuro che ce la faremo» scrive. E chissà se è un modo per darsi coraggio.Quel che resta della società civile russa sopravvive in una soffitta all’ultimo piano di una palazzina non distante dal centro e dalla stazione della metro Baumanskaya. L’organizzazione si chiama «Otkrytoe prostranstvo», Spazio aperto, e ogni due settimane affitta una sala per quella che sui documenti viene chiamata genericamente iniziativa extra lavoro, ma nello specifico consiste nel dare una speranza o almeno una carezza ai prigionieri politici in Russia. Lettera di Fiodor Vladimirovich, dal carcere di Novosibirsk, sempre Siberia, in risposta al volontario diventato suo compagno di penna. «Ho saputo dalla sua ultima missiva che lei con i suoi collaboratori avete inviato 5.746 lettere in un anno (…) Non mi decidevo a scriverle ma ora spero che la mia risposta sia davanti ai suoi occhi. Posso solo convenire con tante cose che lei mi ha detto. Il fratricidio è un grande peccato, uno dei primi nella storia dell’umanità: mutila l’anima umana e il suo ripetersi smussa il sentimento del rammarico, dell’empatia, perché il cuore diventa simile alla pietra. Quello che sta avvenendo è triste, e terribile, perché non se ne vede la fine, così come non si vede neppure il pentimento della gente. Il problema non sta solo nel potere, ma anche nel “basso”, in coloro che hanno consentito al potere di diventare così come è oggi».
Nonostante le apparenze carbonare, ché la prudenza non è mai troppa, non è un gruppo clandestino. È una forma di opposizione più o meno consentita, quasi una tradizione. Dai tempi di Breznev, si chiamano «pravozashitniki», difensori dei diritti. Dopo l’inizio dell’Operazione militare speciale, e l’ondata di arresti seguita alle nuove leggi che in qualche modo hanno proibito l’espressione del dissenso sulla guerra, si sono organizzati in gruppi di volontari che a turno scrivono lettere ai detenuti con condanne politicamente motivate, oppure leggono le loro lettere di risposta e informano gli interessati che il loro saluto è arrivato a destinazione. Ilya, il direttore della sezione moscovita, racconta che una volta ha chiesto ai volontari di scegliere quali parole associare a questa iniziativa. Ha vinto «rifugio», seguito da «bella gente». Al terzo posto, «libertà». «Con gratitudine»
Su un tavolo al centro della soffitta vengono mostrate le lettere arrivate nell’ultima settimana. Dmitry Talanov, detenuto in attesa di giudizio, scrive riconoscente dal carcere preventivo di Izhevsk a Konstantin, «pedagogo, amico e avvocato», perché la parte più difficile è forse la raccolta dei fondi necessari a coprire le spese legali di chi è accusato per le proprie opinioni e non può permettersi una difesa adeguata. Roman Bondarev risponde «con gratitudine» dal carcere di Zelenograd, appena fuori Mosca, a Nadezhda Chetaeva, che gli ha scritto un mese fa. Ancora da Novosibirsk, Andrej Vylotov ringrazia «per la solidarietà» Arsenij Shikov.
Spazio aperto è una realtà alla quale aderiscono organizzazioni ancora legali, come il partito Yabloko, e altre che invece sono state costrette a ritirarsi all’estero, come il quotidiano Novaya Gazeta. Nel presentare l’iniziativa, il direttore Dmitry Muratov, premio Nobel per la pace nel 2021, ha scritto le seguenti parole. «I prigionieri politici — coloro che hanno osato parlare, protestare, chiedere giustizia — ora restano soli di fronte al sistema che cerca di piegarli. Ma piegare una persona è di gran lunga più difficile, se sa che qualcuno si ricorda di lei. La lettera è la prova che fuori della colonia penale sono rimaste persone per le quali il detenuto non è un criminale, ma un essere umano».